Persa

Questo racconto mi è stato mandato su Instagram da @krys_alide. Invito ancora tutti a partecipare alla nostra iniziativa.

@ilmondodelleparole_blog @vale

Nel suo caso l’origine di tutto fu proprio tra i banchi di scuola, all’età di 16 anni. Proprio da quei compagni di classe che, dopo tanti anni insieme, avrebbero dovuto accettarla, sostenerla.
Una battuta fuori luogo, uno scherzo di troppo, anche solo per gioco, ripetuti negli anni, avevano lentamente e sistematicamente distrutto in lei ogni tassello di amore per se stessa, per le sue capacità e il suo fisico abbondante.
Imprigionata in quel senso di inadeguatezza, odiava ogni rotondità del suo corpo, ogni piccola smagliatura, dovuta al suo peso che aumentava e diminuiva repentinamente con diete da fame sostituite a periodi di voracità.
Odiava la sua incapacità di rifiutare, di prendere una posizione, di ribellarsi a quelle derisioni.
Odiava la sua fame di amore, che la portava ad elemosinare ogni piccola attenzione per nutrire quel buco che la corrodeva dentro. Ma non si placava mai… e allora mangiava, di tutto, per riempirsi, per farsi male, per ribellarsi. Poi vomitava. Cibo, dolore, frustrazione, risentimento, senso di colpa.
Sì, senso di colpa, perché si sentiva un’ingrata. In quel modo malsano, comunque loro l’accettavano. Quello era il suo “posto nel mondo” dove almeno non era invisibile, come spesso accadeva in casa. Il massimo del discorso si poteva riassumere nei vari “Buongiorno, buonanotte, fai i compiti”.
Così presi dai loro impegni non si accorgevano che non mangiava, che correva in bagno per liberarsi dal suo veleno o che si chiudeva in camera a piangere per l’ennesima beffa sui social: un video di lei che ballava con in sottofondo “La donna cannone” di De Gregori.
Si odiò, si rifiutò e, infine, si perse.
Non sapeva più chi era tra le tante maschere che indossava per ottenere compiacenza e apprezzamenti.
Mostrava molti volti, a seconda della situazione, abile nella finzione e a modellarsi sulla richiesta del momento.
Chi mai avrebbe potuto amarla se non si mostrava neanche a se stessa?
Nella penombra della sua stanza, ormai adulta, le tornò in mente quel calvario. L’anoressia, che arrivò qualche anno dopo, l’ospedale, la terapia intensiva, i suoi 40 chili.
Ricordò i lunghi anni di psicoterapia, le lotte contro i suoi demoni, le cadute, le vittorie. Ricordò l’emozione della prima volta che si perdonò e che accettò fragilità e difetti. Il giorno che scoprì un suo pregio.
Sì, alla fine aveva vinto, o quasi, ancora ci stava lavorando.
Si era laureata in scienze pedagogiche ed insegnava da anni in una scuola superiore. Si dedicava ai suoi ragazzi con dedizione e amore. Non avrebbe più permesso a quel buco infernale di ingoiare anche solo un’altra fragile creatura. Era la sua missione e ne andava fiera.

L’esercizio – Claudia Petrucci

  • L’esercizio
  • Claudia Petrucci
  • Romanzo
  • Gennaio 2020
  • pagine 333
  • €18,00
  • La nave di Teseo
  • Collana-Oceani

Incipit

Non c’è nessuna distinzione tra quello che crediamo di conoscere e ciò che conosciamo: Quello che crediamo di conoscere è tutto ciò che conosciamo.

Si parla d’amore e di malattia in questo romanzo, che possiamo considerare racconto. Due elementi da considerare un punto di partenza nella stesura della storia , per riconoscere attraverso le azioni dei protagonisti i limiti invalicabili dell’essere e quelli valicabili dell’appartenere.

Nasce cosi “L’esercizio”, è un incontro-scontro tra la mente e la consapevolezza di poter cambiare un evento drammatico in qualcosa dal tono più disteso. Si parla di teatro,quindi scrivere un copione da far interpretare secondo il proprio punto di vista, nella ragione di quello in cui si vorrebbe riformulare l’esistenza di una persona che amando hai capito di poterla adattare al proprio bisogno sentimentale, tra il ricordo e il diventare.

Claudia Petrucci scrive il suo primo romanzo identificando il possesso della persona come evento a se, costruisce un’opera teatrale dove i personaggi interagiscono attraverso il bisogno di un uso complice del sentimento. Vediamo Filippo, narratore della storia, assistere la propria ragazza, Giorgia, a un ritorno al passato verso la via di fuga dalla propria esistenza ferma a un lavoro di routine, vissuto nella convivenza di un amore stilizzato. Ritorno dovuto all’incontro casuale con Mauro , vecchio maestro di teatro poi abbandonato. Mauro da un certo punto in poi farà la differenza, portando Filippo a tradurre il proprio stato d’animo remissivo in ribellione verso qualcosa che rischia di sparire per sempre. Nel mezzo dei personaggi principali emerge Amelia, sorellastra di Mauro. Lei sarà il palo in cui Filippo andrà a sbattere , rivoluzionando un’ empasse pericolosa che subisce spesso nei momenti più delicati per il proprio sentimento.Il romanzo nasce verosimilmente dallo spunto che l’autrice propone di tradurre in realtà la fantasia, senza costruire un confine tra i due scenari.

L’autrice Claudia Petrucci viene da un’esperienza di brevi racconti scritti per riviste del settore, ed esordisce con questa opera proprio poco tempo prima l’inizio della pandemia che ci ha costretto tutti a casa. Paga quindi un prezzo caro per il debutto inusuale, ma attraverso la forza delle buone critiche da parte di inserti giornalistici del settore, e di chi il libro lo ha letto riportando sui social il proprio gradimento, conquista la fiducia dei lettori, me per primo, conquistato dalla copertina e una breve presentazione letta su Robinson di Repubblica il 2 febbraio, e poi leggendo lo scorrere di buone impressioni postate su instagram. Ritornando alla Petrucci possiamo dire che rivela una scrittura moderna, ben centrata negli argomenti trattati, si legge immedesimandosi bene nei personaggi descritti e attraverso tagli precisi evita di ripetere passaggi facilmente immaginabili su situazioni che intervengono alla fine dei capitoli. Personalmente esprimo tutta la mia ammirazione per una giovane autrice con tutte le carte in regola per continuare a proporre altri romanzi validi. Ne “L’esercizio” non si perde il senso della trama, i personaggi sono descritti in maniera completa aprendo ogni volta finestre appropriate ai loro caratteri. Entriamo e usciamo dalla loro esistenza in quanto messi a nudo metaforicamente.

#iorestoacasa

Ho scelto di partecipare all’iniziativa creata insieme ai blog Oltre il cancello e Il mondo delle parole con un racconto, atto a sensibilizzare i lettori verso una concreta scelta di rispettare le ordinanze annunciate. Mi fa piacere coinvolgere, nel caso volessero, creando un loro post con l’immagine sopra e il tag nel titolo, anche i seguenti blog :

Il canto delle muse

Carassius aurautus

Virtuos@mente

Il mondo di Shiver

Acutamente

Littledoll

E naturalmente tutti quelli che leggeranno il post e vogliono partecipare all’iniziativa. Inoltre tutti quelli avvisati dell’iniziativa su Instagram.

*-*

Mi sono svegliato in piena notte, nonostante la temperatura non eccessivamente calda, ero tutto sudato. La sensazione di essere uscito dalla porta degli incubi mi ha spinto ad andare a prendere un bicchiere d’acqua, mi sono seduto su una poltroncina e un lampo mi ha attraversato, non mi è mai successo di ricordare un sogno per intero in questo modo.
“Eravamo quasi a inizio primavera, le giornate si alternavano fra caldo e brezza più fredda, e le notizie che arrivavano da tutto il mondo non erano per niente buone; una terribile influenza definita morbo stava decimando la popolazione mondiale, raggiungendo continenti e nazioni in poco tempo, da noi aveva cominciato a mietere vittime con la falce e le ordinanze emesse dal governante in carica annunciavano il divieto assoluto di uscire di casa a chiunque non fosse necessario per l’aiuto medico verso i contagiati.
Detto ciò in molti si ritrovarono ad appartenere al partito dei trasgressori, si partiva da emigranti da nord a sud che affollavano stazioni e treni, a semplici cittadini che di stare in casa non ne volevano sapere, quindi si trovava facilmente gente nei parchi pubblici, a improvvisare la corsetta mattutina o in giardini condominiali adibiti a barbecue party. Questo portò alla proibizione assoluta di incontrarsi anche solo nelle scale dei condomini, e a coabitare lo stesso appartamento vivendo in stanze separate, concesse a un solo individuo per stanza, nel caso si poteva utilizzare il bagno e la cucina ad orari differenti prestabiliti.”
Qui mi sono svegliato, proprio mentre con Adele ci trovammo in bagno fuori orario, ma il livello di trattenuta vescica era ormai naufragato.
#iorestoacasa

Maga (seconda parte)

Racconto del 2016 di Ilaria Palomba

qui la prima parte

Un castello abbandonato a Roma? L’hai creato tu? L’hai creato dal nulla, sei una Maga?
Se non mi credete ci vado da sola, a viverci.
Io la seguii. E gli altri li lasciammo sui loro cartoni ai bordi della piazza.
Salimmo sul bus che era pieno di occhi. Sguardi. Voci. Fissavano me, si tappavano il naso. Maga prendeva a guardarli con odio. E cominciava i proseliti.
Siori, siamo molto poveri, siori. Non giudicateci per i cenci e gli olezzi. Il mio amico Duccio è professore, sa tutto di arte e poesia. E io sono un’illusionista, siori. Se ci date due spicci magari riusciamo a farci una doccia e un panino, grazie egregissimi, grazie.
E intanto tirava fuori dalle tasche tre carte e le faceva diventare trenta.
Era chiaro sarcasmo ma dalle mani sul naso si passò alle mani nei portafogli. Nel trambusto del bus recuperammo venti euro. Scendemmo. Bevemmo una boccia di whiskey. Mangiammo due tranci di pizza quadrata.
Sull’Appia c’era un casolare dismesso di otto piani. Uno scheletro di cemento, vuoto e fatiscente. Scritte e crepe facevano risaltare le macchie di carbone intorno alle finestre divelte.
Sarebbe questo il castello?
Sta’ zitto. Ci credi alla magia? Ci credi? Allora chiudi gli occhi e conta fino a dieci. Quando li aprirai lo vedrai anche tu.
Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. Sette. Otto. Nove. Dieci.
A occhi aperti il prodigio si compiva. Al posto del palazzo c’erano torri e cupole, trifore dal drappo carminio, un ponte levatoio sopra un largo fossato di erbaccia, il grande portone era aperto e nella pietra, nell’ottone, nel ferro, simboli di un’antica casata. Entrammo e c’era come una musica di violini e pianoforti. Tappeti rossi. Armature medievali ai lati dell’ingresso. Maga correva all’impazzata. La seguivo. Salimmo dodici gradini. E poi altri. E altri ancora. Cominciavano le stanze.
Per noi avevo pensato alla suite imperiale, disse.

Continua…

Maga (prima parte)

Racconto del 2016 di Ilaria Palomba

Abito a piazza Navona. Il lastricato polveroso battuto da mille scarpe. Siedo spesso sulla panchina di pietra tra la fontana del Bernini, e la chiesa del Borromini. Penso alla sfida tra loro e al suicidio del Borromini, ucciso dai suoi fantasmi secondo la leggenda.
C’è odore di castagne. Agli angoli della piazza uomini orientali ne vendono cartocci. E mi sposto verso la giostra con i cavalli. Ricorda la giostra ai piedi delle gradinate del Sacre-Coeur di Montmartre. Ho vissuto anche a Montmartre. Ma lì faceva troppo freddo d’inverno.
A piazza Navona ho conosciuto Maga, sulla giostra ci siamo andati insieme una volta che avevamo spicciolato proprio bene e ci avanzavano due euro per un giro. Il proprietario non voleva farci salire ma lei aveva fatto certi occhioni e lui aveva ceduto. Maga aveva vent’anni meno di me. Non puzzava di malattia venerea, come tutti noi. Aveva occhi vivi, azzurri. Vestiva di nero. Portava gli stessi pantaloni dal giorno della fuga. Avevano i bordi lisi e strappati e ogni giorno le si strappavano un poco di più, strisciando sotto le suole. Maga offriva vino a me e agli altri. Arrivava con dieci bicchieri di plastica e due fiaschetti sottobraccio. E li spartiva con noi.
Una volta disse di aver trovato un castello. Fu allora che cominciammo a chiamarla Maga. In principio non le credette nessuno.

(fine prima parte)

Ilaria Palomba è una scrittrice, laureata in filosofia, ha tenuto laboratori di scrittura creativa nei centri diurni di psichiatria e presso alcune scuole. Il suo ultimo romanzo è Brama. Ilaria è anche ideatrice e redattrice del blog dissipatu.blogspot.com in cui svolge una ricerca sul disagio psichico.