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L’esercizio – Claudia Petrucci

  • L’esercizio
  • Claudia Petrucci
  • Romanzo
  • Gennaio 2020
  • pagine 333
  • €18,00
  • La nave di Teseo
  • Collana-Oceani

Incipit

Non c’è nessuna distinzione tra quello che crediamo di conoscere e ciò che conosciamo: Quello che crediamo di conoscere è tutto ciò che conosciamo.

Si parla d’amore e di malattia in questo romanzo, che possiamo considerare racconto. Due elementi da considerare un punto di partenza nella stesura della storia , per riconoscere attraverso le azioni dei protagonisti i limiti invalicabili dell’essere e quelli valicabili dell’appartenere.

Nasce cosi “L’esercizio”, è un incontro-scontro tra la mente e la consapevolezza di poter cambiare un evento drammatico in qualcosa dal tono più disteso. Si parla di teatro,quindi scrivere un copione da far interpretare secondo il proprio punto di vista, nella ragione di quello in cui si vorrebbe riformulare l’esistenza di una persona che amando hai capito di poterla adattare al proprio bisogno sentimentale, tra il ricordo e il diventare.

Claudia Petrucci scrive il suo primo romanzo identificando il possesso della persona come evento a se, costruisce un’opera teatrale dove i personaggi interagiscono attraverso il bisogno di un uso complice del sentimento. Vediamo Filippo, narratore della storia, assistere la propria ragazza, Giorgia, a un ritorno al passato verso la via di fuga dalla propria esistenza ferma a un lavoro di routine, vissuto nella convivenza di un amore stilizzato. Ritorno dovuto all’incontro casuale con Mauro , vecchio maestro di teatro poi abbandonato. Mauro da un certo punto in poi farà la differenza, portando Filippo a tradurre il proprio stato d’animo remissivo in ribellione verso qualcosa che rischia di sparire per sempre. Nel mezzo dei personaggi principali emerge Amelia, sorellastra di Mauro. Lei sarà il palo in cui Filippo andrà a sbattere , rivoluzionando un’ empasse pericolosa che subisce spesso nei momenti più delicati per il proprio sentimento.Il romanzo nasce verosimilmente dallo spunto che l’autrice propone di tradurre in realtà la fantasia, senza costruire un confine tra i due scenari.

L’autrice Claudia Petrucci viene da un’esperienza di brevi racconti scritti per riviste del settore, ed esordisce con questa opera proprio poco tempo prima l’inizio della pandemia che ci ha costretto tutti a casa. Paga quindi un prezzo caro per il debutto inusuale, ma attraverso la forza delle buone critiche da parte di inserti giornalistici del settore, e di chi il libro lo ha letto riportando sui social il proprio gradimento, conquista la fiducia dei lettori, me per primo, conquistato dalla copertina e una breve presentazione letta su Robinson di Repubblica il 2 febbraio, e poi leggendo lo scorrere di buone impressioni postate su instagram. Ritornando alla Petrucci possiamo dire che rivela una scrittura moderna, ben centrata negli argomenti trattati, si legge immedesimandosi bene nei personaggi descritti e attraverso tagli precisi evita di ripetere passaggi facilmente immaginabili su situazioni che intervengono alla fine dei capitoli. Personalmente esprimo tutta la mia ammirazione per una giovane autrice con tutte le carte in regola per continuare a proporre altri romanzi validi. Ne “L’esercizio” non si perde il senso della trama, i personaggi sono descritti in maniera completa aprendo ogni volta finestre appropriate ai loro caratteri. Entriamo e usciamo dalla loro esistenza in quanto messi a nudo metaforicamente.

Il mondo

Il mondo ha bisogno di cose belle, di brutte ce ne sono troppe in giro. Ha bisogno di roba di poco conto. Tipo il cielo che si colora di polline e profuma di ciclamino dopo aver piovuto. Tipo l’odore dell’erba d’estate e il profumo di vaniglia nelle sere d’inverno. Tipo la musica a palla, il tavolo imbandito del tutto, una marea di gente che resti per mettere in ordine ciò che è stato messo fuori posto, amici che dopo la festa non dicano: “grazie, ora devo andare”, ma che ti stringano forte, perché “ti voglio bene”. Il mondo ha bisogno di cose di poco conto. Tipo uno sguardo qualunque rivolto al parco, gli sguardi generano sempre un casino assurdo: quanto belli i discorsi fatti senza aprire bocca nemmeno per un secondo? Il mondo ha bisogno di cose di poco conto. “Ne vuoi un po’?”, “Sei speciale, in fondo”, “Non dirlo nemmeno per scherzo. Aspetto che arrivino i tuoi genitori. Resto”. Il mondo ha bisogno di cose di poco conto. Tipo i bambini delle elementari che la mattina si affrettano a camminare per strada per non fare ritardo, gli stessi che quando ti vedono si spostano verso il lato esterno del marciapiede per lasciarti spazio. Lasciare spazio. Il mondo ha bisogno di cose di poco conto. Tipo il ragazzo che meriterebbe il palco di Sanremo, invece per molti è già tanto se sia stato ospitato, canta per strada, elemosina sorridendo, la sua famiglia dall’altra parte del mondo sta vivendo l’inferno. Lui sorride a te che piangi perché non puoi avere l’ultimo cellulare che ora è in commercio. Il mondo ha bisogno di cose di poco conto. Tipo un abbraccio dato senza motivo, senza senso. Che bello. Tipo un “come stai?” domandato quando le fossette sono schiuse come boccioli di rose nel mese di maggio, il sorriso gigante che stona con lo sguardo afflitto. Un “come stai?” smuove il mondo. Il mondo ha bisogno di cose di poco conto, che poi le cose di poco conto valgono davvero, e pure tanto. Le cose di poco conto valgono per tutto il resto. “Aspetta, ti alzo le maniche” mentre stai lavando i piatti e c’è sapone al limone dappertutto. “Vuoi il giubbino? Fa freddo”, “Vieni qua, ho l’ombrello”. Cose di poco conto: “Hai programmi per il resto di ogni anno?”.

Testo di ©Elena Leone

Saluti.

ATTENZIONE!!!!!!!!!!!!!
Cari amici: annuncio il mio addio definitivo da questo posto. Apprezzo immensamente l’attenzione di tutti nei miei confronti, soprattutto in determinati momenti che sono stati molto divertenti. Non ho intenzione di restare qui, né di rientrare e fortunatamente voglio dire che non ho niente contro nessuno e nemmeno me ne vado per qualcuno in particolare. Chiedo solo che non mi cerchiate perchè non mi troverete, soltanto coloro che sono stati vicino a me sapranno come rintracciarmi. Voglio chiarire che l’affetto e l’amicizia per ognuno di voi si protrae nel tempo e se mai vi ho offeso, mi scuso. Mi ritiro semplicemente perché ritengo che non appartengo a questo posto. Statemi bene, siate felici e vi auguro il meglio……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………..
Questa è stata la lettera che Chapo Guzman lasciò nella sua cella quando evase dalla prigione.
Grazie per la vostra attenzione……. Continuate pure (copialo e incollalo per vedere quanti dei tuoi amici lo leggeranno al completo). 😄

Comunicazione e cyberbullismo

Torno a parlare di cyberbullismo proponendovi questo interessante articolo che stamattina Roberto Recchioni* ha postato sul suo profilo facebook.

E’ notizia di ieri della morte di Hana Kimura, giovane wresteler giapponese che, pare, si sia tolta la vita. Tutta la cosa sembra legata ad episodi di cyberbullismo che la ragazza stava subendo da quando partecipò ad un reality show nel suo paese. In breve sintesi, sembra che il quello show la ragazza se la prese con un altro concorrente e che il pubblico la giudicò male per questo, dando vita a una shitstorm lunga e insistita. La Kimura, poco prima del decesso, ha postato delle foto sui social in cui si tagliava le braccia e diceva di non voler far più parte del genere umano.

Premessa uno: non credo che le ragioni di un suicidio si possano mai spiegare con una singola motivazione scatenante.

Premessa due: credo che il suicidio sia l’atto di autodeterminazione più personale e privato che una persona possa compiere e non penso che nessuno ci possa mettere becco.

Premessa tre: non è uno stato che parla di suicidio ma è una riflessione sul “cyberbullismo”, quella etichetta sciocca che i media ci hanno imposto e che dovrebbe spiegare tutto, ma non spiega un cazzo.
Anzi.

Di fondo, c’è una roba che non mi torna.
Fino a pochi giorni fa, per l’opinione pubblica, la Kimura era un personaggio pubblico e, come tale, era normale che prendesse il buono della popolarità come anche il cattivo.
All’indomani del suicidio, la Kimura è una “vittima del cyberbullismo”.
Che è come dire che se reggi la pressione e gli insulti, allora è tutto normale. Fa parte del tuo lavoro.
Se invece radi al suolo la tua carriera e sparisci dal mondo (tipo Kelly Marie Tran) o ti ferisci, o ti uccidi, in quel momento, diventi una vittima di cyberbullismo.

In sostanza, per la narrazione mediatica attuale, è solamente la vittima che può definire sé stessa come tale, non l’azione che le viene fatta subire.

Per capirsi, nessuno parla di cyberbullismo per Chiara Ferragni a cui vengono rivolti centinaia di insulti anche molto schifosi e personali, su base giornaliera, perché Chiara Ferragni non sembra subire danni. O Salvini. O Renzi. O il personaggio pubblico messo sotto al mirino della shitstorm di turno.
Per quelli che non sembrano patire, gli insulti fanno parte del gioco perché la gente ha il diritto di “criticare” (dove con “criticare” si intende un poco di tutto, tanto basta dire che “è solo la mia opinione” e amen).
Se dovessero cedere, invece, e andare in depressione, o farsi del male in qualche maniera, o uccidersi, a quel punto, e solo a quel punto, diventerebbero vittime di un’azione spregevole.

E’ un concetto interessante perché sposta completamente l’asse della determinazione di un atto sbagliato.
E’ la vittima che si definisce come tale con le sue azioni, e non chi agisce contro di lei.
Per assurdo (ripeto, per assurdo) la vittima di un omicidio è tale solo se decide di morire e un omicida diventa un criminale solo se la persona che ha provato a uccidere ha la cattiva idea di spirare. Altrimenti è tutto nella normalità delle cose.

Più ci penso e più credo che questa cosa mi deve costringere a rivedere, in genere, la mia comunicazione anche nei confronti di persone che ritengo spregevoli.
Perché se è vero che mai mi è capitato di andare sul profilo o sulla pagina di qualcuno per insultarlo, non posso dire di non aver insultato nessuno sui social.
E sì, c’è una differenza sostanziale tra insulti e critiche.

*fumettista, sceneggiatore, responsabile linea editoriale Dylan Dog.

Conclusione settimana blog uniti contro il cyberbullismo.

Si conclude stasera la settimana “Blog uniti contro il cyberbullismo”, iniziativa solidale creata insieme a Penny e Valentina. Devo dire che abbiamo avuto un buon riscontro con molte partecipazioni, di cui molte testimonianze personali.

Però sono state quasi tutte dettate dal nostro coinvolgimento su Instagram, mentre da wordpress abbiamo visto poche voci e tanti like inutili, e non parlo del mio blog che è seguito pochissimo. Questo mi dispiace perché ogni tanto si potrebbe stimolare la propria creatività in modo più utile. Peccato, sarà per la prossima volta. Grazie a tutti.

Se potessi somigliare a te

Se potessi somigliare a te
darei un nome spiritoso ma anche triste
ad ogni piccola farfalla che mi passa accanto
mi chiude gli occhi e mi restituisce il mondo.
Saprei entrare anche nel tuo corpo
caricare a salve ogni sentimento aperto
perché dall’amore non si può fuggire
e nel tradimento non ci sono finestre.
Se potessi mi terrei il tuo cuore
non fa male togliere pene a chi non sa più amare
se ogni abbraccio restituisce sangue vale
la pena di rischiare di sentire male.
Saprei dirti come le bugie
trattate bene come le manie
aderiscono alla voce del padrone
ma nella vita ci si concentra più sul bene.
Se potessi somigliare a te
nasconderei il pianto nelle ceneri rimaste
portando il corpo a riposar leggero
in una foto fissata contro il muro.

©ToniM2020

Violenza di classe

Con questo articolo pubblico la mia personale partecipazione all’iniziativa lanciata insieme a Penny e Valentina. Uniti contro il bullismo. Lo faccio proponendo un fumetto che si è occupato del tema in modo molto schietto ed ha avuto molti riscontri positivi. Ricordo ancora a tutti di partecipare, c’è tempo fino a venerdì 22 maggio.

Albo uscito nell’ottobre 2019.

Come accade saltuariamente sui fumetti di Diabolik, un tema sociale emerge nella dinamica di uno dei colpi che Diabolik e Eva stanno mettendo a punto. Soprattutto Eva Kant è quella che si prende a cuore la difesa delle vittime sociali, è successo spesso con le donne, e c’è stato spazio anche per gli animali.

Per la prima volta inseriti in un tema lontano da quello che potrebbe essere il mondo di Clerville, in Violenza di classe i due criminali si trovano loro malgrado ad affrontare una situazione non programmata, coinvolta fisicamente e moralmente Eva si prenderà cura del ragazzo vittima di bullismo parallelamente alle azioni da compiere per portare a termine il colpo.

Il succo della storia parte da Lamberto Nelson , trafficante di droga che ha appena portato a termine una grande vendita, del ricavato si stanno interessando i nostri. Questo Nelson è inavvicinabile, unico punto debole è il figlio, un ragazzo viziato che frequenta un istituto scolastico privato, in cui fa parte di un trio di bulli. Eva si sostituisce ad una professoressa per aver modo di punire il ragazzo convocando il padre a colloquio, e solo in quel momento avrebbe la possibilità di farsi dire dove tiene i soldi frutto della vendita. Per arrivare a questa situazione assistiamo ad una serie di atti di bullismo verso un ragazzo , Michele, di stato sociale inferiore e molto impacciato, fino a quando esasperato arriverà a scuola con la pistola sottratta al padre, guardia giurata, questo crea momenti di confusione che portano alla morte del ragazzo, ma tramite la presenza di Eva Kant in classe, scoperta accidentalmente, gli altri ragazzi prenderanno il sopravvento sui tre bulli, minacciandoli di una possibile ritorsione nei loro confronti da parte di Diabolik, nel caso avessero denunciato Eva.

Ho voluto raccontare questa storia nell’ambito dell’iniziativa che stiamo portando avanti in questa settimana insieme agli altri blogger, per segnalare che anche il mondo del fumetto è vicino a queste piaghe del nostro tempo.

Persa

Questo racconto mi è stato mandato su Instagram da @krys_alide. Invito ancora tutti a partecipare alla nostra iniziativa.

@ilmondodelleparole_blog @vale

Nel suo caso l’origine di tutto fu proprio tra i banchi di scuola, all’età di 16 anni. Proprio da quei compagni di classe che, dopo tanti anni insieme, avrebbero dovuto accettarla, sostenerla.
Una battuta fuori luogo, uno scherzo di troppo, anche solo per gioco, ripetuti negli anni, avevano lentamente e sistematicamente distrutto in lei ogni tassello di amore per se stessa, per le sue capacità e il suo fisico abbondante.
Imprigionata in quel senso di inadeguatezza, odiava ogni rotondità del suo corpo, ogni piccola smagliatura, dovuta al suo peso che aumentava e diminuiva repentinamente con diete da fame sostituite a periodi di voracità.
Odiava la sua incapacità di rifiutare, di prendere una posizione, di ribellarsi a quelle derisioni.
Odiava la sua fame di amore, che la portava ad elemosinare ogni piccola attenzione per nutrire quel buco che la corrodeva dentro. Ma non si placava mai… e allora mangiava, di tutto, per riempirsi, per farsi male, per ribellarsi. Poi vomitava. Cibo, dolore, frustrazione, risentimento, senso di colpa.
Sì, senso di colpa, perché si sentiva un’ingrata. In quel modo malsano, comunque loro l’accettavano. Quello era il suo “posto nel mondo” dove almeno non era invisibile, come spesso accadeva in casa. Il massimo del discorso si poteva riassumere nei vari “Buongiorno, buonanotte, fai i compiti”.
Così presi dai loro impegni non si accorgevano che non mangiava, che correva in bagno per liberarsi dal suo veleno o che si chiudeva in camera a piangere per l’ennesima beffa sui social: un video di lei che ballava con in sottofondo “La donna cannone” di De Gregori.
Si odiò, si rifiutò e, infine, si perse.
Non sapeva più chi era tra le tante maschere che indossava per ottenere compiacenza e apprezzamenti.
Mostrava molti volti, a seconda della situazione, abile nella finzione e a modellarsi sulla richiesta del momento.
Chi mai avrebbe potuto amarla se non si mostrava neanche a se stessa?
Nella penombra della sua stanza, ormai adulta, le tornò in mente quel calvario. L’anoressia, che arrivò qualche anno dopo, l’ospedale, la terapia intensiva, i suoi 40 chili.
Ricordò i lunghi anni di psicoterapia, le lotte contro i suoi demoni, le cadute, le vittorie. Ricordò l’emozione della prima volta che si perdonò e che accettò fragilità e difetti. Il giorno che scoprì un suo pregio.
Sì, alla fine aveva vinto, o quasi, ancora ci stava lavorando.
Si era laureata in scienze pedagogiche ed insegnava da anni in una scuola superiore. Si dedicava ai suoi ragazzi con dedizione e amore. Non avrebbe più permesso a quel buco infernale di ingoiare anche solo un’altra fragile creatura. Era la sua missione e ne andava fiera.